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GIUSEPPE COLIZZI
(ROMA, 1925-1980)

Giuseppe Colizzi è nato a Roma il 1925. Ha indubbiamente il merito di aver creato la coppia “risate e botte” per eccellenza. Siamo nel 1966 e Giuseppe Colizzi contatta via telefono Carlo Petersoli proponendogli di recitare in un film western, accanto all’attore semi conosciuto Mario Girotti. Nasce "Dio perdona io no", nascono Bud Spencer e Terence Hill.
Il regista romano, sulle scene cinematografiche dal 1948, nasce a Roma ben ventitré anni prima e subito giovanissimo inizia a collaborare con il regista Luigi Zampa originariamente come aiuto e poi come direttore di produzione. In questi abiti cura la produzione di alcuni successi del cinema italiano degli anni cinquanta \ sessanta come: Il bidone, L’arte di arrangiarsi, L’onorata società, Anni facili, Omicron, Questa volta parliamo di uomini e Le belle famiglie, questi ultimi due, realizzati per la Crono film. Proprio negli stessi periodi il regista si dedica anche alla sceneggiatura, scrivendo l’apparato scenico del film I nuovi angeli. Il viaggio nel mondo della celluloide continua nel montaggio, con la pellicola Sette a Tebe. Tra il 1958 ed il 1960 si sposta nell’ambito della scrittura, realizzando due romanzi La notte ha un’altra voce, un noir gangsteriano ambientato negli Stati Uniti e Orrendamente legittima, uno pseudo thtrilling di notevole fattura. Ma la grande notorietà, la raggiunge verso la metà degli anni sessanta, quando decide di ritornare al cinema e di affrontare per la prima volta la macchina da presa. L’esperienza acquisita nella sceneggiatura e nel montaggio, lo spingono a buttare giù un soggetto tutto suo.
L’idea di fondo cha balza nella mente di Giuseppe Colizzi è quella di realizzare un western, sulla scia del successo cinematografico del genere, proprio in quegli anni. Inizialmente la storia doveva basarsi su una favola Esopiana ed il film avrebbe avuto avere il titolo de Il cane, il gatto e la volpe. Un percorso filmico a tre, con Mario Girotti(Terence Hill), nel ruolo del gatto, Pietro Martellanza,nel ruolo del cane e Frank Wolf, in quello della volpe. Dopo un periodo di studio intenso, il soggetto cambia direzione e si pensa subito ad una storia con due soli protagonisti, belli, atletici e nello stesso tempo imbottiti di cinismo.
“Il primo film girato con Giuseppe è nato un po’ per caso, doveva esserci Pietro Martell (Pietro Martellanza), che poi si è infortunato, sono stato contattato telefonicamente direttamente da lui e da li è venuto fuori ‘Dio perdona io no’. Io personalmente non mi aspettavo tutto questo successo perché voi ben sapete che in quel momento andavano quelli belli con gli occhi celesti; infatti Peter Martel era molto simile a Terence Hill” .(Bud Spencer) Nel 1967 viene realizzato Dio perdona io no!. Pellicola che rimarrà negli annali del “fagioli-movie”. Colizzi nel metraggio subito si discosta dalle caratteristiche dei western alla Fidani, rileggendo i canoni lanciati appena tre anni prima da Sergio Leone. Protagonista assoluto dietro la macchina da presa, cura del film anche la sceneggiatura e naturalmente il soggetto. La sua imposizione la troviamo in alcune scene chiave, come quella della sequenza iniziale, molto simile per ambientazioni e inquadrature, alla rime leoniane. In questo segmento filmico, la stazione di un piccolo paese, imbandita a festa da decorazioni, canti e balli, nel giro di pochi istanti si trasforma in un massacro per l’entrata in scena dei crudeli banditi rinchiusi nel convoglio. Oltre a Girotti e Petersoli, il film ci propone Frank Wolf(Bill Sant’Antonio) nell’interpretazione del folle antagonista di turno con una violenza sarcastica, molto simile al Volontè di Per qualche dollaro in più. Il reticolato simbolico del genere imperante, viene fatto notare dal regista con il continuo gioco di sguardi, il sadismo latente ed il maschilismo tipico del tempo. Il richiamo a Leone continua con le lunghe pause e soprattutto con la similarità di alcune scene, come quella della tortura dei due protagonisti. La pellicola si rileva ben presto un grande successo, le sale risultano strapiene e la critica, anche se timidamente, inizia ad avvicinarsi al nuovo genere cinematografico tutto “griffato” Italia.
Nel giro di pochi mesi il regista, spinto da una buona dose di entusiasmo, comincia a lavorare per il seguito del primo film. La super coppia Cat-Hutch(Hill e Spencer) è ormai un motore troppo veloce per fermarsi, così nasce nel 1968 I quattro dell’Avemaria. Altra grande storia, condita da una straordinaria sceneggiatura e da un altrettanto azzeccato profilo scenico. Giuseppe Colizzi, crea praticamente tutto, e produce questo secondo lavoro insieme a Bino Cicogna. Ingarbugliata e bizzarra risulta la trama del film dove compaiono oltre ai già citati protagonisti, il bravissimo Eli Wallanch(il “tuco” de Il buono il brutto ed il cattivo), che interpreta Cacolopulos, un personaggio molto astuto e spietato, incaricato da un direttore di banca a recuperare del denaro. Il quadro è completato dall’attore di colore Kevin McCarthy, perfettamente doppiato da Ferruccio Amendola. La trama verte sostanzialmente sul tema della resa dei conti riproposta nella sequenza della vendetta finale, contornata da una sala da gioco e scandita dall’incessante corsa di una pallina da roulette. La trilogia si conclude con La collina degli stivali. Ancora una volta Hill e Spencer, ancora una volta un ottimo western. I due “maledetti” della colt, in questo caso, verranno ospitati da un circo, ma saranno coinvolti loro malgrado in una sparatoria che li porterà a “duellare” con vari banditi, per alcune concessioni minerarie. Anche stavolta il regista si accerchia di grandi nomi del mondo del cinema(Mami-Lionel Stander) e caratteristi di razza come il maestoso Woody Strode, Romano Puppo e Glauco Onorato. In quest’ultimo episodio della saga west, saranno molti i ricorsi al montaggio alternato ed ai primi piani, che esalteranno gli occhi azzurri di Terence Hill da un lato e le gote luccicati di sudore, dall’altro. La tensione sarà rimarcata naturalmente dai lunghi silenzi carichi di timoroso patos, soprattutto in occasione della scena del tendone del circo.
Passano pochi anni ed il regista romano ha la brillante idea di togliere di dosso a Girotti e Petersoli i panni sporchi e impolverati del western, per dare un nuovo carattere alla coppia. Egli attualizza le gesta di “Trinità” e “Bambino” in una nuova avventura dal titolo…Più forte ragazzi. Pellicola girata interamente tra un aeroporto abbandonato e le foreste della Colombia. L’ambientazione esotica risulta quindi molto affascinante, il montaggio è molto vivace, si denota subito il grande senso dell’avventura, ed il ritmo del film è azzeccato e quasi mai banale. Colizzì acquista dai film di Barboni, le psicologie dei due personaggi e naturalmente punta l’acceleratore sulle scazzottate, sempre al centro della scena e addirittura nel finale persino tra i due protagonisti.
Questo è l’ultimo film che il regista girerà con la coppia. Due anni dopo ripropone ambientazioni semi paradisiache, questa volta in un paesino della Sicilia, dove gira Arrivano Joe e Margherito. Una sorta di gangster-movie ironico e scanzonato, con lo scagnozzo Joe(Keith Carradine) ed il pescatore Margherito(Tom Skerrit) intenti ad inseguire con tutti i mezzi possibili(addirittura un camion della nettezza urbana!) una barca abbandonata dagli stessi, a causa di un furibondo litigio, terminato con una rocambolesca caduta dei due in mare. Sul medesimo yacht, guidato da un pilota automatico si trovano due ostaggi e il boss mafioso Don Salvatore(Pepe Calvo), che Joe avrebbe dovuto “scortare” fino a destinazione. Alla fine tra mille imprevisti i protagonisti riusciranno a recuperare l’imbarcazione e cominceranno a condividere un rapporto amichevole con i due ostaggi. Il film però, non riesce ad avere gli stessi favori delle pellicole precedenti. L’ottimo ritmo musicale scandito dalla bellissima “take it easy” dei fratelli De Angelis, accompagna i due protagonisti nelle gag e nei numerosi disastri. Colizzi ripropone una coppia, le immancabili scazzottate e diverse scene d’azione girate per terra e per mare, ma il tutto sembra non funzionare alla perfezione, soprattutto per la stessa trama filmica, troppo attacca all’accoppiata Spencer-Hill.
Siamo nel 1975 e la rivoluzione mediatica, che comincia ad avvolgere le nascenti televisioni private, si fa sentire anche in ambito cinematografico. Lo stesso anno ha i suoi natali a Roma il circuito privato S.P.Q.R, uno dei primi nella capitale. E’ proprio il regista a fondare il canale e a divenirne il direttore principale. La nuova esperienza lo porta alla stesura di un nuovo copione che si basa proprio sulle vicissitudini di due giovani e dinamici editori, alle prese con l’organizzazione di una televisione privata che si metteranno nei pasticci per un sequestro di persona. Il film, dal titolo Swich esce nella primavera del 1978 ed ancora oggi rappresenta uno dei lavori più innovativi per il tipo di tema affrontato. Purtroppo la pellicola non ha avuto una corretta distribuzione ed è venuta fuori a metà tra, una produzione cinematografica ed un lavoro per il piccolo schermo. Giuseppe Colizzi matura di giorno in giorno il desiderio di volersi riavvicinare a Girotti e Petersoli, con tutte le intenzioni di ricreare un soggetto sui due, in un contesto paesaggistico africano, riproponendo le note di Più forte ragazzi. “Colizzi è stato il vostro inventore e un regista sottovalutato…
Vero. Io sto con gli ippopotami, lo avrebbe dovuto girare lui, e sarebbe certo riuscito meglio; poi è successo quello che è successo e il film è stato girato dal produttore Italo Zingarelli” (Terence Hill) Nel 1980 la nuova proposta del regista non avrà il suo tempo ed un brutto male lo colpisce, facendolo lasciandoci a soli 55 anni. Tre anni più tardi Terece Hill dedicherà a Giuseppe Colizzi il remake di Don Camillo.

 

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